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L'ARGOMENTO DI OGGI

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ORDINE LAICO dei " CAVALIERI del FIGLIO dell'UOMO" per VIVERE il VANGELO, Diventate CAVALIERI del FIGLIO dell'UOMO vivendo la Vostra VITA in FAMIGLIA e sul LAVORO secondo VIA, VERITA' VITA

dai GIORNALI di OGGI

"Quella nave è una bomba tossica, il governo dorme"

di Giovanni Maria Bellututti gli articoli dell'autore

Quando divenne assessore all'Ambiente della Calabria, il biologo marino Silvio Greco non immaginava che le sue competenze tecniche gli sarebbe tornate tanto utili. Ora è come un cardiochirurgo che, diventato direttore diuna Asl, s’imbatte in uno scandalo connesso ai trapianti di cuore:

La morte in fabbrica, conclusa l'inchiesta 14 indagati per 100 operai vittime di tumori Lo stabilimento della Marlane

PAOLA (COSENZA) - L'inchiesta sulla fabbrica della morte, la Marlane-Marzotto di Praia a Mare, dove sono deceduti almeno una centinaio di operai, si è conclusa con quattordici avvisi di reato per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, disastro ambientale, violazione della legge sull'inquinamento e violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro.

2009-09-24

Ingegneria Impianti Industriali

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ST

DG

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Dalessandro Giacomo

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L'ARGOMENTO DI OGGI

 

Il Mio Pensiero:

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2009-09-24

CORRIERE della SERA

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2009-09-24

Nave dei veleni, in migliaia ad Amantea

"No alla Calabria pattumiera"

Alta partecipazione alla protesta. Di Pietro: "Legalità violentata". Prestigiacomo: "Solo speculazione politica"

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NOTIZIE CORRELATE

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Cosenza, il giallo della nave affondata. Le cosche l'hanno usata per i rifiuti tossici (12 settembre 2009)

(Ansa)

(Ansa)

AMANTEA (Cosenza) - "Basta veleni. Riprendiamoci la vita": uno slogan chiaro che ha riunito migliaia di persone ad Amantea, nonostante la pioggia. I manifestanti hanno invaso il centro della cittadina tirrenica calabrese formando un lungo serpentone aperto dallo striscione del "Comitato civico Natale De Grazia per non dimenticare", che ha promosso l'iniziativa. In mezzo a bandiere, gonfaloni e striscioni, i manifestanti, tra cui molti studenti, hanno manifestato la loro rabbia e il loro bisogno di verità sulla vicenda della "nave dei veleni" il cui relitto è stato trovato al largo di Cetraro e delle scorie radioattive ad Aiello Calabro e Crotone che mettono a repentaglio, hanno sostenuto, la salute e l'economia di interi territori.

INSURREZIONE PACIFICA - "No a Calabria pattumiera" e "le scorie portatele in Parlamento" sono le scritte che campeggiavano su due degli striscioni innalzati dalle persone che hanno partecipato alla protesta. In prima linea le organizzazioni ambientaliste Legambiente e Wwf, con una riproduzione in cartapesta di una delle navi dei veleni inabissata nel mare calabrese. In piazza anche i pescatori del litorale tirrenico, la cui economia è stata messa a dura prova dalla vicenda. Il leader di Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che ha partecipato alla manifestazione, ha parlato di "legalità violentata", sostenendo che "occorre lavorare per risvegliare le coscienze. Il silenzio e l'omertà sono atteggiamenti mafiosi". Ferma la presa di posizione anche da parte del presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, secondo il quale "la manifestazione di Amantea è importante perché dimostra che qui in Calabria c'è la coscienza di quanto questo territorio sia stato bistrattato. Assistiamo qui - ha aggiunto - a un'insurrezione popolare pacifica anche perché siamo in presenza di un'emergenza inedita".

(Ap)

(Ap)

PRESTIGIACOMO - Ma il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, parla di "irresponsabile speculazione politica che pezzi della sinistra stanno conducendo sul caso della cosiddetta 'nave dei veleni' in Calabria". "Siamo davanti ad una situazione complessa - spiega il ministro - con ipotesi di inquinamento sulla terraferma e un relitto non ancora identificato, ad oltre 400 metri di profondità, che si teme possa contenere rifiuti inquinanti o radioattivi e che è al centro di una inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Credo che dinanzi ad una realtà di tale problematicità la politica debba mostrare responsabilità e capacità di intervento". "Nell'ultimo mese - prosegue la Prestigiacomo - c'è stato chi ha lavorato per innescare un clima di paura e di protesta, chi si è esercitato nel fare l'amministratore di lotta e di governo, trattando al mattino col Governo e condividendo le scelte adottate, e correndo un minuto dopo a dichiarare, mentendo scientemente, che il Governo non fa niente, organizzando manifestazioni e spedizioni, seminando terrore e furore nel tentativo di lucrare elettoralmente sulla paura dei calabresi".

 

24 ottobre 2009

 

 

 

 

 

 

FAIDA DI SCAMPIA

Camorra, preso il latitante Esposito

Il pregiudicato, detto "o testone", si era nascosto in un appartamento del centro storico di Afragola.

L'arresto di Salvatore Esposito (Ansa)

L'arresto di Salvatore Esposito (Ansa)

NAPOLI - È stato catturato all'alba dai carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna Salvatore Esposito, elemento di spicco prima del clan Pica-Prestieri organico agli "Scissionisti" e ora dei Sarno. Il pregiudicato, 28 anni, detto "o testone", si era nascosto in un appartamento del centro storico di Afragola, comune sotto l'egemonia dei Moccia. Esposito era già sfuggito all'arresto diversi giorni fa a Napoli, prima nel quartiere Ponticelli e poi nel Rione Traiano. Latitante dallo scorso settembre, era stato proposto per l'inserimento nell’elenco dei 100 ricercati più pericolosi a livello nazionale. Deve rispondere di un omicidio verificatosi durante la faida di Scampia durante la contrapposizione armata tra i Di Lauro e gli Scissionisti.

IN MANETTE - Lo scorso 1 ottobre era già irreperibile quando i militari dell’Arma dovevano notificargli l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della locale Dda. Il provvedimento riguardava sia Esposito che Antonio Pica, 31 anni ed Antonio Prestieri, 29 anni, elementi di spicco del clan Di Lauro, già ai domiciliari in una località protetta perché collaboratori di giustizia. I tre, in concorso tra loro, erano accusati dell'omicidio di Giuseppe Marra, avvenuto all’interno di una pizzeria in via Ghisleri, nel quartiere Secondigliano a Napoli il 16 aprile 2003. Nei loro confronti era contestato anche il reato di detenzione e porto illegale di armi con l’aggravante di aver agito per agevolare l’organizzazione criminale di appartenenza ossia i Pica-Prestieri, all'epoca dei fatti vicini al clan Di Lauro. Secondo gli investigatori, il movente dell’omicidio sarebbe da ricondurre a una truffa che Marra avrebbe commesso nei confronti di Antonio Pica per aver venduto una partita di "kobrett" di scarsa qualità che non poteva essere immessa sul mercato.

 

24 ottobre 2009

 

REPUBBLICA

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2009-10-24

Il collaboratore di giustizia ha consentito il ritrovamento del relitto nel mare di Cetraro

è tuttora agli arresti domiciliari. Finora sono state vane le richieste di protezione

"Senza scorta contro i boss dei veleni"

Il pentito Fonti alla procura: lasciato solo

"Tanti mi vogliono morto e io spero di morire prima che mi raggiungano"

Oggi ad Amantea Calabria in piazza per la verità sulle navi. Prevista un'alta adesione

di PAOLO GRISERI e ANNA MARIA DE LUCA

"Senza scorta contro i boss dei veleni" Il pentito Fonti alla procura: lasciato solo

La nave che indaga sui relitti che potrebbero avere a bordo materiale tossico o radioattivo

AMANTEA - La telefonata è arrivata nel cuore della notte: "Era molto agitato. Mi ha sussurrato: "Avvocato, sono dietro la porta con un coltello da cucina. Ci sono persone in borghese che vogliono entrare. Saranno carabinieri o sicari?"". L'uomo che vive terrorizzato in questo modo è Francesco Fonti, il pentito che ha consentito il ritrovamento del relitto dei veleni nel mare di Cetraro, ed è tuttora agli arresti domiciliari. Da due giorni, per disposizione del giudice di sorveglianza, non può comunicare con l'esterno.

Il fax è arrivato il 21 ottobre all'ufficio dell'avvocato Claudia Conidi, a Catanzaro. Il Tribunale di sorveglianza di Mantova intima che "il detenuto Francesco Fonti" non abbia contatti "né diretti, né indiretti con i mezzi di informazione". Quel pentito, in sostanza, deve tacere. E questo, scrive il giudice "a tutela della sua incolumità". L'avvocato Conidi è molto irritata: "Totò Riina, per quanto sottoposto al 41 bis, con i giornali, tramite l'avvocato, può parlare". A chi fa paura Francesco Fonti? È un fatto che il suo memoriale sta trovando in queste settimane un primo riscontro concreto con la scoperta del relitto al largo di Cetraro. Ed è un fatto che, nonostante le richieste di protezione, Conidi è tuttora privo di scorta. Anzi.

L'avvocato riferisce un episodio non meno inquietante del primo. Di quando, nelle settimane scorse, durante un interrogatorio a Roma i magistrati della Dda di Catanzaro avrebbero risposto in modo sconcertante alla richiesta di protezione del pentito: "Il Fonti voleva sapere qualcosa in merito alla protezione da dare ai figli. Gli è stato risposto dal Procuratore di Catanzaro che questi ultimi non c'entravano".

Così due giorni fa il pentito ha scritto una lettera al giudice di sorveglianza: "Dopo che il mio pentimento è diventato ufficiale nemmeno le donne delle pulizie vengono più in casa mia. Tutti hanno paura. E anche io. Tanti mi vogliono morto e io spero di morire prima che mi raggiungano". Affermazioni pesanti. Nelle ultime ore, alla vigilia della manifestazione nazionale promossa per questa mattina ad Amantea dalle associazioni ambientaliste e antimafia, gli interrogativi e le polemiche riguardano la reale volontà delle istituzioni di andare a fondo nella ricerca della verità.

L'assessore regionale all'ambiente, Silvio Greco, ha rilanciato ieri i suoi dubbi. "Non capisco perché non siano stati resi noti dalla Dda di Catanzaro i protocolli di indagine che si stanno seguendo al largo di Cetraro". Una questione che non è solo tecnica. Dalla nave delle ricerche, la "Mare Oceano", giungono risposte rassicuranti: "Non cercheremo, come si chiede, di rilevare i raggi alfa e beta perché l'acqua fa da schermo e queste indagini si faranno quando i campioni saranno essiccati". In ogni caso è confermato che la nave porterà a terra campioni di sedimento estratti intorno al relitto. Ieri pomeriggio, nonostante le avverse condizioni meteo, la nave è stata individuata con precisione.

Questa mattina la parola passa ai cittadini. Si prevede un'alta adesione alla manifestazione di Amantea che chiede di non insabbiare nuovamente la storia dei veleni calabresi. Al corteo è prevista, tra la gli altri, la partecipazione di Dario Franceschini e Antonio Di Pietro.

(24 ottobre 2009

 

 

 

 

 

2009-10-23

Sono 25 siti inquinati dalla Pertusola, ex fabbrica di zinco ancora

in piedi. Con la regione anche i ministeri di Salute e Ambiente

Rifiuti tossici, screening a Crotone

sul numero di tumori tra gli abitanti

di ANNA MARIA DE LUCA

Rifiuti tossici, screening a Crotone sul numero di tumori tra gli abitanti

CROTONE - Un screening sulla popolazione di Crotone per verificare il numero dei tumori, nella città che ha costruito scuole ed edifici pubblici e privati con materiali tossici. E che conta ben venticinque siti inquinati dai rifiuti della Pertusola (ex fabbrica di zinco), ancora in piedi. La notizia è che il ministero della Salute ed il ministero dell'Ambiente hanno deciso di unirsi alla Regione Calabria per aiutarla a monitorare tutta la popolazione di Crotone.

Finora l'unico screening eseguito è stato quello ordinato dalla Procura su 290 studenti dopo la chiusura di due scuole - l'istituto "Lucifero" e la scuola elementare San Francesco - costruite appunto sui rifiuti tossici. Le analisi avevano rilevato la presenza - nel sangue dei bambini e dei ragazzi - di cadmio, nichel, arsenico e piombo in misura di 3 - 4 volte superiore ai valori normali, con il rischio, nel tempo, di patologie epatiche, renali, gastrointestinali e delle ossa.

Il caso si era aperto dopo malattie che avevano colpito inspiegabilmente dei bimbi, ma il rischio per la salute riguarda tutti ed è quindi urgente e fondamentale eseguire uno screening su tutta la popolazione. Per questo il sostegno promesso dai due Ministeri viene ora vissuto a Crotone con sollievo: potrebbe indicare che la città non è più sola ad affrontare il suo gigantesco problema.

Verso giovedì dovrebbe arrivare dai due Ministeri il documento che indicherà il programma e la quantità di soldi messa a disposizione. In attesa, martedì si farà un nuovo screening sugli studenti delle scuole chiuse dalla Procura.

La Pertusola ora dovrebbe essere finalmente demolita. Secondo quanto emerso dall'inchiesta Black Mountains sarebbero trecentocinquantamila le tonnellate di scorie tossiche derivanti dalla produzione dell'ex fabbrica di zinco riciclate come materiale da costruzione e utilizzate per i lavori di realizzazione di edifici pubblici e private. I reati ipotizzati sono disastro ambientale, avvelenamento delle acque e violazioni in materia di smaltimento di rifiuti tossici. In questi giorni è stata definita la gara di appalto ed i lavori di demolizione dell'ex fabbrica dovrebbero iniziare prima della fine dell'anno.

© Riproduzione riservata (23 ottobre 2009

 

 

 

 

 

 

2009-10-22

Silvestro Greco, responsabile regionale dell'Ambiente, denuncia le lentezze

del Governo "Se tutto fosse accaduto a Portofino, sarebbe intervenuta la Sesta Flotta"

"Portatevi via quelle navi prima possibile"

Il grido d'allarme dell'assessore calabrese

di CARLO CIAVONI

"Portatevi via quelle navi prima possibile" Il grido d'allarme dell'assessore calabrese

CATANZARO - "Scommetto che se quella nave fosse affondata davanti a Portiofino, sarebbe già intervenuta la Sesta Flotta, per tirare fuori quel carico maledetto". Parla così l'assessore all'Ambiente della Regione Calabria, Silvestro Greco, biologo marino e direttore di ricerca del Cnr. Poi aggiunge: "Stanno spendendo 44 mila euro al giorno con la Nave Oceano, a largo di Cetraro dove 17 anni fa è affondata la presunta Kunski. E continuano a rimandare il recupero del suo carico, che ci farebbe finalmente capire quale pericolo stiamo correndo".

"Il sottosegretario all'Ambiente, Menia - ha aggiunto - mi ha detto che quel carico non possono estrarlo perché la Procura di Catanzaro non avrebbe dato il permesso. Per pura curiosità ho chiesto chiarimenti al dottor Vincenzo Antonio Lombardo, procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia, il quale invece mi ha risposto che al contrario è stato chiesto espressamente al Governo il recupero di quanto custodito nelle stive di quella che il pentito Francesco Fonti dice essere la Kunski".

"D'altra parte - ha detto ancora l'assessore - a bordo della nave c'è il ROV (Remotely operated vehicle), un robot capace, non solo di prelevare sostanze attorno alla nave affondata, ma di entrarci dentro e dirci così tutta la verità su questa storia che ci sta letteralmente rovinando".

L'assessore Greco afferma poi di constatare una inspiegabile diversità di atteggiamento del Governo rispetto i due problemi posti dalle "navi velenose". "Da una parte ci sono le operazione di terra dove, a parte l'allarmismo del sottosegretario Menia che parla di inquinamento nel comune di Aiello Calabrò con valori radioattivi tre-sei volte superiori alla norma, si è invece creata una sintonia e una trasparenza, rispetto alle scelte che si stanno facendo".

"Infatti - ha precisato Greco - ogni carotaggio di terreno viene diviso in quattro parti, per essere così distribuita: una all'Arpacal (cioè la Regione Calabria), un'altra al ministero dell'Ambiente, una terza all'Ispra, la quarta alla Procura della Repubblica. Ognuno fa fare la perizia a chi vuole e alla fine si incroceranno i risultati".

"Guardiamo invece - ha aggiunto - cosa sta succedendo durante l'intervento in mare. Non si sa nulla. C'è un protocollo che regola l'intervento della Nave Oceano, (peraltro a me sconosciuto) che prevede solo uno studio tridimensionale del terreno circostante la nave e il recupero di sedimenti. Tutto qui. Eppure - ha aggiunto l'assessore all'Ambiente - il ROV a bordo è uno strumento sofisticatissimo filo-guidato, con bracci meccanici potentissimi in grado, se solo si volesse, di recuperare gli eventuali bidoni stivati".

"E invece no: si aspetta. Nonostante siano passati 40 giorni dal 12 settembre, alle 17.45, quando la nave venne individuata dall'Arpacal. Purtroppo - ha detto ancora Greco - tra i poteri d'intervento delle Regioni non c'è quello relativo al mare, altrimenti quella nave sul fondo, a 470 metri l'avremmo già tirata fuori noi. E comunque non dimentichiamo che il pentito Fonti ha detto di aver affondato altre due navi: una a Melito Porto Salvo, nella Calabria ionica, l'altra davanti a Maratea. Almeno così dice lui. Ma non si sta facendo niente, neanche per capire se quelle affermazioni sono vere oppure no".

"Noi - ha concluso Silvestro Greco - vogliamo solo che queste navi se le portino via prima possibile, perché sennò qui da noi non viene più nessuno e questo per la Calabria, che vive del suo mare, sarà una ferita mortale".

© Riproduzione riservata (22 ottobre 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì l'Arpacal di Catanzaro, l'agenzia per la tutela ambientale della regione calabrese,

darà inizio alle analisi del terreno nei luoghi dove sarebbero stati seppelliti i rifiuti tossici

Navi dei veleni, ora si cerca anche a terra

Rifiuti radioattivi nel greto del fiume Oliva

di CARLO CIAVONI e ANNA MARIA DE LUCA

Navi dei veleni, ora si cerca anche a terra Rifiuti radioattivi nel greto del fiume Oliva

CATANZARO - Mentre a Cetraro il sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia, è assediato dai pescatori che protestano per l'assenza del governo rispetto ai problemi legati al fatto che nessuno compra più pesce per paura, L'Arpacal (l'agenzia regionale per l'ambiente) promette che lunedì prossimo, dopo 19 anni, cominceranno seriamente le "operazioni di terra", a caccia dei veleni seppelliti, qua e là, nel territorio calabrese.

S'inizierà, a quanto pare, dalla foce del fiume Oliva, nella zona di Foresta Aiello, comune di Serra d'Aiello, provincia di Cosenza dove, anche secondo una testimone che ha rilasciato un'intervista all'Espresso, sarebbero sepolti i rifiuti radioattivi e tossici trasportati dalla nave "Rosso" (ex "Jolly Rosso"), finita sulla spiaggia di Campora San Giovanni - frazione di Amantea - nella notte del 14 gennaio del 1990.

La riunione operativa. A Roma, a dimostrazione del fatto che si vuole fare sul serio, si è svolta una riunione negli uffici del Servizio Interdipartimentale per le Emergenze Ambientali dell'Ispra (l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per la presentazione della bozza del "Piano di caratterizzazione" - cioè di analisi e bonifica - nelle aree del fiume Oliva, nei Comuni di Serra D'Aiello ed Aiello Calabro in provincia di Cosenza.

Gli scavi e i sequestri. La Guardia Forestale di Cosenza, su ordine della Procura della Repubblica di Paola, ha sequestrato l'altro ieri una cava dismessa, dove è stato individuato materiale radioattivo, in località Petrone, lungo la cosiddetta Valle del Signore, nel Comune di Aiello Calabro (Cosenza), vicino al fiume Oliva.

A scovare i rifiuti interrati è stato il personale del NIPAF (Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale) di Cosenza, scesa in campo con tre geomagnetometri, un elicottero con attrezzatura a infrarosso termico, una sala operativa di elaborazione dati con personale specializzato del Corpo Forestale dello Stato e dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

Si continuerà poi - a cura dell'Arpacal - a scavare su una collinetta a monte della "briglia", una struttura in cemento che serve, normalmente, per frenare il corso dei torrenti ma che, in questo caso, sembrerebbe essere stata più utile a chi, in quella specie di diga, potrebbe aver nascosto nell'impasto di cemento del materiale tossico o radioattivo.

Del resto, l'accertata presenza di polvere di granito non fa che aumentare i sospetti della presenza di scorie, dal momento che quel materiale viene spesso usato proprio per nascondere materiale radioattivo agli strumenti usati per la sua individuazione.

In passato nella collinetta - ma senza che questo avesse prodotto una qualche contromisura - erano state trovate tracce di Mercurio e Cesio 137 a 4 metri di profondità.

L'altro scavo ci sarà in una cava, sempre ai margini del fiume Oliva, in un punto dove in passato era stato individuato materiale radioattivo e , anche in questo caso, senza che la cosa avesse preoccupato nessuno.

Gli anni di ritardo. Ma il sentore che alla foce di quel fiume qualcosa di pericoloso fosse stato sepolto dopo il sospetto "spiaggiamento" della "Rosso", cominciò a sorgere già nel giugno del 2003. Fu quando la Procura di Lamezia Terme trasmise l'indagine a quella di Paola, per competenza territoriale e maturò, in particolare, quando si scoprì un altro scavo nella zona di Serra d'Aiello, fatto dalle maestranze della nave, secondo alcune testimonianze. Quello scavo si aggiungeva ad un altro autorizzato nella discarica di Grassullo (sempre nei pressi di Amantea) per seppellire il carico "ufficiale" della "Rosso".

Finora solo impunità. I dati di fatto in mano a diverse Procure italiane (calabresi, pugliesi, toscane e lombarde) dicono, insomma, che l'avvelenamento sistematico del mare lungo i 700 chilometri della costa tirrenica calabrese e del suo immediato entroterra è avvenuto finora, non solo nell'assoluta impunità dei responsabili, ma senza che neanche una delle decine di navi affondate, dette "a perdere", sia stata individuata o ispezionata. Anche se con anni di ritardo, dunque, sembra che i pubblici poteri mostrino ora di mobilitarsi, quanto meno per capire cosa esattamente sia nascosto in fondo al mare e sotto terra.

Il carico della Rosso. In particolare, si comincerà davvero (almeno così si promette) ad accertare cosa sia stato nascosto vicino all'alveo del fiume Oliva, in un'area di uso agricolo. La nave italiana Rosso di proprietà della società Ignazio Messina e C. partita da Malta e diretta a La Spezia, la notte del 14 dicembre 1990 finì sulla spiaggia di Camponara S. Giovanni, frazione di Amantea. Oltre alle 16 persone dell'equipaggio, il carico ufficiale sarebbe stato composto da nove containers con 23.325 tonnellate di nylon; 75.465 di tabacco; 70 tonnellate di prodotti da bevande.

Gli accertamenti che avranno inizio lunedì, a cura dell'Arpacal (l'agenzia regionale per l'ambiente della Calabria) incaricata come perito tecnico dalla Procura di Paola, dureranno fino alla fine di novembre. Solo allora, dunque, si potrà conoscere almeno una parte di verità.

L'allarme inascoltato. A tracciare una ricostruzione dettagliatissima del dramma dei veleni sepolti, chissà da quanto tempo, in mare e sotto terra da cosche mafiose con connivenze politiche e istituzionali, fu l'ex sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento in carica nel 2004 - l'onorevole Cosimo Ventucci del Pdl - in occasione della risposta ad un'interpellanza il 15 luglio dello stesso anno. Un allarme assolutamente inascoltato per anni e anni, soprattutto dal suo stesso Governo.

Il rappresentante dell'Esecutivo, tuttavia, in sostanza disse che per quanto riguardava gli aspetti penali della vicenda, nel gennaio 2004 la Procura di Paola incaricò la sezione inquinamento radioattivo del Reparto Operativo di Carabinieri di indagare nelle zone interessate dallo "spiaggiamento", presentato come un incidente. In particolare si raccomandò l'Arma di controllare l'area di Grassullo e Foresta Aiello, a ridosso della foce del fiume Oliva.

La ragione stava nel fatto - disse Ventucci - che "secondo testimonianze sarebbe stato interrato del materiale proveniente dalla motonave Rosso". E aggiunse che la Procura fece misurare il grado di tossicità nell'area: furono trovate cospicue quantità "di fanghi", oltre ad un'altissima "concentrazione di alcuni metalli pesanti che superano il limite accettabile di inquinamento, provocando un pericolo concreto per il suolo, il sottosuolo e i corpi idrici". Da allora nulla di concreto è mai stato fatto, né dal governo di cui Ventucci era membro, né da altri governi.

Il pentito "scovato". Intanto, a 11 miglia a largo di Cetraro, una nave geostazionaria ha cominciato le ricerche nel luogo dove si presume ci siano i resti del cargo Kuski, inzeppato di scorie radiattive o rifiuti tossici, affondata a colpi di dinamite da un commando del quale faceva parte anche Francesco Fonti, il pentito della 'ndrangheta di San Luca, che svelò a Riccardo Bocca dell'Espresso il traffico micidiale per l'eliminazione di veleni d'ogni sorta.

Traffico che, secondo Fonti, coinvolgerebbe governi, servizi segreti e mafie dislocate in diverse latitudini. Il "pentito", nonostante le sue rivelazioni stiano attivando iniziative delle pubbliche autorità (sebbene tardive) risulta essere ancora senza protezione da parte dello Stato. Si era nascosto a Mantova, ma un deputato assai solerte della Lega l'ha subito "scovato". Poi ha protestato e segnalato immediatamente alla pubblica opinione la sua "inopportuna" presenza nel mantovano. Col piccolo problema di far saltare la copertura di Fonti.

© Riproduzione riservata (21 ottobre 2009)

 

 

 

La vicenda dell'azienda tessile di Praia a Mare. Imputati di omicidio colposo

disastro ambientale, inquinamento. Tra loro anche l'attuale sindaco

La morte in fabbrica, conclusa l'inchiesta

14 indagati per 100 operai vittime di tumori

La morte in fabbrica, conclusa l'inchiesta 14 indagati per 100 operai vittime di tumori

Lo stabilimento della Marlane

PAOLA (COSENZA) - L'inchiesta sulla fabbrica della morte, la Marlane-Marzotto di Praia a Mare, dove sono deceduti almeno una centinaio di operai, si è conclusa con quattordici avvisi di reato per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, disastro ambientale, violazione della legge sull'inquinamento e violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro.

E' solo l'inizio. Il Procuratore capo di Paola, Bruno Giordano e la sua sostituta, Antonella Lauri, hanno così portato a termine, con pochissime forze e risorse, un'inchiesta complicatissima che ha prodotto due stanze zeppe di documenti, che rappresentano solo l'inizio di un percorso giudiziario destinato ad avere nuovi clamorosi sviluppi.

Le difficoltà incontrate dalla Procura di Paola (per le quali il collegio di difesa delle persone colpite che fa capo all'avvocato Lucio Conte e al professor Marcello Gallo ha diffuso una nota di apprezzamento) sono legate soprattutto all'individuazione di tutti i dipendenti che nel corso degli anni hanno lavorato nello stabilimento tessile e che sono stati colpiti da tumore. Il passo successivo sarà poi quello di stabilire un nesso tra la loro presenza in fabbrica e la malattia contratta.

Due linee di difesa. Esistono al momento due linee di difesa delle famiglie colpite. Da una parte, quella che punta all'omicidio colposo, peraltro già ipotizzato dalla Procura, dall'altra quello di un altro gruppo di avvocati che invece punteranno ad affermare la tesi "Thyssen Krup", vale a dire "l'omicidio volontario con il dolo eventuale". Formula che tenderebbe ad affermare - come accadde nel processo per la strage del 6 dicembre 2007 nell'acciaieria torinese - la consapevolezza del rischio e la perseveranza nel non provvedere con misure di sicurezza adeguate.

I quattordici avvisi di reato a conclusione delle indagini hanno coinvolto altrettanti ex dirigenti ed ex responsabili della fabbrica, chiusa da anni. Tra gli indagati figurano dirigenti ed ex dirigenti dello stabilimento.

Ecco i loro nomi. Silvano Storer, Antonio Favrin, Jean De Jaegher, Carlo Lomonaco (attuale sindaco di Praia a Mare e per anni direttore del reparto tintoria della fabbrica, cioè il luogo a maggior rischio dello stabilimento) Attilio Rausse, Lorenzo Bosetti, Bruno Taricco, vincenzo benincasa, Salvatore Cristallino, Ivo Comegna, Giuseppe Ferrari, Lamberto Priori, Pietro Marzotto, Ernesto Emilio Fugazzola.

Le sostanze mortali. Secondo la Procura, il cui accertamenti si sono basati su diverse consulenze, ci sarebbe una stretta connessione tra i decessi e l'uso di alcune sostanze usate soprattutto nel reparto tintoria come coloranti azoici, che contengono ammine aromatiche, responsabili delle patologie tumorali.

Inoltre, viene ipotizzato che alcuni decessi possano essere stati provocati dall'uso di amianto presente sui freni dei telai utilizzati nella fabbrica.

Il Comune parte civile? I magistrati stanno indagando anche sullo smaltimento di rifiuti provenienti dalla produzione della Marlane e in questo contesto hanno sequestrato il terreno circostante l'azienda. In relazione a quest'ultimo aspetto, ci si aspetta che il Comune di Praia a Mare si costituisca parte civile, nonostante il suo primo cittadino sia tra i principali indagati.

(20 ottobre 2009) Tutti gli articoli di cronaca

 

 

 

 

 

 

 

Nuovi elementi nella vicenda della nave dei veleni in Calabria

Nel 2007 un'ordinanza accertava inquinanti nel mare di Cetraro

Acque avvelenate, pesca proibita

Ma il divieto viene ritirato

di ANNA MARIA DE LUCA

Acque avvelenate, pesca proibita Ma il divieto viene ritirato

La nave Mare Oceano che effettuerà i monitoraggi

ROMA - Arsenico e cobalto in quantità tali da "superare il valore di concentrazione delle soglie di contaminazione nei sedimenti marini" e "un valore molto alto per l'alluminio e i valori del cromo". Sono questi i motivi per cui il 18 aprile del 2007 la Capitaneria di Porto di Cetraro vietò la pesca nel mare antistante il Comune calabrese. E' scritto nell'ordinanza n 3 del 2007 firmata dall'allora comandante Sergio Mingrone. I campionamenti erano stati predisposti l'anno precedente dalla Procura di Paola ad una profondità compresa tra i 370 metri e i 450 metri nelle acque di Belvedere Marittimo e di Cetraro. Ed erano arrivati all'attenzione del Ministero dell'Ambiente. Le acque sono le stesse dove oggi si effettua il monitoraggio di quello che potrebbe essere il relitto della Kunsky, la nave che, secondo il pentito di 'ndrangheta Fonti, sarebbe carica di veleni.

L'ordinanza della Capitaneria di porto ebbe vita breve. Un anno e quattro mesi dopo la sua emanazione venne ritirata. Effetto di una riunione che si svolse il 7 agosto 2008 sempre presso la Capitaneria alla quale parteciparono i rappresentanti dell'Asl di Paola, della Provincia di Cosenza, dell'Arpacal, due addetti della polizia giudiziaria ambiente della Procura. Grandi assenti invece la Regione Calabria e i sindaci dei Comuni costieri: Cetraro, Belvedere, Acquappesa, Guardia e Sangineto. In quell'occasione si stabilì che le sostanze inquinanti individuate solo un anno prima, o non erano più presenti in acqua o non erano più nocive. Il giallo dell'ordinanza è solo un altro tassello di un puzzle complicato che riguarda i rifiuti tossici stoccati illegalmente in Calabria. E non solo quelli che potrebbero essere nascosti nel relitto della "presunta" Kunsky. La caccia ai rifiuti infatti prosegue anche a terra. Tre sono i siti nel mirino della Procura di Paola. Si trovano tutti ad Amantea - Serra d'Aiello nei pressi del torrente Oliva, dove si inspiaggiò nel '90 la nave Jolly Rosso. Riguardano un torrente dove è stata già rilevata la presenza di mercurio, metalli pesanti, non radioattivi; una collina di 40 - 50 mila metri cubi di terra dove è stato trovato mercurio a concentrazione altissima e cesio 137. E, infine, una cava. Una situazione esplosiva che i sindaci della costa tirrenica calabrese vogliono sia ben indagata dal governo. Proprio ieri, a palazzo Chigi, una delegazione capitanata dall'assessore all'ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco, ha protestato con il sottosegretario Roberto Menia.

© Riproduzione riservata (21 ottobre 2009

 

 

 

 

 

Sostanze tossiche e resti umani: a una svolta l'inchiesta sul relitto

del "Cunski". E spunta la mappa delle altre imbarcazioni cariche di scorie

Le 30 navi che avvelenano

il mar Mediterraneo

di PAOLO GRISERI e FRANCESCO VIVIANO

Le 30 navi che avvelenano il mar Mediterraneo

La Jolly Rosso

PAOLA (Cosenza) - Due macchie gialle dietro il vetro di un oblò. I fari di una telecamera di profondità illuminano la scena. Le macchie sono proprio al centro dell'immagine, sopra la data e l'ora della ripresa: 12 settembre 2009, 17,33. Una nuova ombra, un rigagnolo di veleni, esce da una fenditura della lamiera. Altre masse nere (pesci?) si intravedono nell'oscurità del relitto. Immagini che sembrano confermare il "sospetto inquietante" del Procuratore di Paola, Bruno Giordano: "Dietro quell'oblò potrebbero esserci i teschi di due marinai". Non è solo una bomba ecologica quella affondata al largo della costa calabra: è una bara. L'ultima destinazione per marinai irregolari come irregolare era ormai il Cunski con il suo carico inconfessabile: una discarica di veleni e di uomini. Quanti altri Cunski custodiscono segreti e rilasciano veleni dal fondo del Mediterraneo? La domanda è la stessa che inseguiva quattordici anni fa il capitano di vascello Natale De Grazia. Nel cuore dell'indagine prendeva appunti.

Uno degli ultimi, fino ad oggi inedito, offre qualche punto interrogativo e diverse certezze. Vale la pena di leggere: "Le navi? 7/8 italiane e a Cipro. Dove sono? Quali sono? I caricatori e i mandanti. Punti di unione tra Rigel e Comerio. Hira, Ara, Isole Tremiti. Basso Adriatico. Porti di partenza: Marina di Carrara m/v Akbaya. Salerno/Savona/Castellammare di Stabia/Otranto/Porto Nogaro/Fiume. Sulina Beirut. C/v Spagnolo. Materiale radioattivo".

Qual era la mappa cui si riferiva il capitano di vascello Natale De Grazia nell'autunno del '95? Non lo sapremo mai. La sera del 12 dicembre De Grazia si accascia sul sedile posteriore dell'auto che lo sta portando a La Spezia, alla caccia dei misteri delle navi dei veleni. Una morte per infarto, dice il medico. Ma un infarto particolare se poco tempo dopo il capitano verrà insignito della medaglia d'oro al valor militare. Comincia da qui, da quell'appunto inedito, il viaggio alla ricerca delle navi dei veleni, affondate non solo in Italia ma in tutto il Mediterraneo e nel Corno d'Africa.

Una storia che ini zia in modo legale, tra i camici bianchi nei laboratori di un'agenzia dell'Unione europea, diventa un'occasione di arricchimento per personaggi senza scrupoli e merce di scambio per i trafficanti di armi e uomini. Sullo sfondo, ma non troppo, un'incredibile tangentopoli somala e la morte ancora senza spiegazione ufficiale di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Il 18 gennaio 2005, rispondendo alle domande della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte dei due giornalisti italiani, il pm di Reggio Calabria Francesco Neri rivelava che "la cartina con i punti di affondamento e le segnalazioni di Greenpeace coincidono con le mappe di Comerio".

L'indagine sulle navi dei veleni è rimasta lontano dai riflettori per 12 anni. Fino a quando, il 12 settembre

scorso, il Manifesto rivela che un pentito, Francesco Fonti, ha consentito di scoprire un nuovo relitto sul fondale di fronte alle coste della Calabria. Una vicenda di cui ora si occuperà anche la Commissione antimafia. Così, alla ricerca di nuove bombe ecologiche sepolte, la mappa di Comerio è tornata d'attualità.

Di Giorgio Comerio, imprenditore nel settore delle antenne e delle apparecchiature di indagine geognostica, sono pieni i documenti delle commissioni di inchiesta. In un'intervista sostiene di essere vittima di un clamoroso equivoco: "Mi ha fermato alla frontiera un doganiere che non sapeva del progetto Euratom, è una bieca montatura". Una versione che ai pm sembra troppo semplice: "Aveva rapporti con i servizi argentini e iracheni e aveva comperato rifiuti da mezzo mondo".

L'inizio della storia delle navi dei veleni è in Italia, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dove ha sede l'Ispra, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che lavora ai progetti dell'Euratom. È qui che, secondo il pm Nicola Maria Pace, negli anni 0 prende corpo un progetto ambizioso: "A Ispra - racconta Pace nel marzo del 2005 - presso gli impianti dell'Euratom di Varese, attraverso finanziamenti americani e giapponesi si avvia un progetto alternativo al sistema di deposito in cavità geologiche delle scorie nucleari. Tale progetto, denominato Dodos, ha visto la partecipazione di centinaia di tecnici di tutto il mondo: hanno contribuito due esperti scienziati dell'Enea ed anche Giorgio Comerio". L'idea è quella di inabissare sul fondo del mare il materiale radioattivo stivato nelle testate dei siluri. Progetto che verrà poi abbandonato per timore delle proteste degli ambientalisti. "Per impedire che idee di questo genere venissero messe in pratica - ricorda Enrico Fontana di Legambiente - venne firmata la Convenzione Onu che impedisce lo sversamento di materiale pericoloso sui fondali marini".

Comerio capisce invece che quella tecnica può diventare una gallina dalle uova d'oro. Mette in piedi una società, la Odm, (naturalmente con sede nel paradiso fiscale delle Isole Vergini) e acquista i diritti della nuova tecnologia. Scopre un giudice a Lubiana che dà la patente al nuovo sistema sostenendo che non è in contrasto con la Convenzione Onu. È il colpo dello starter. Da quel momento Comerio si mette sul mercato anche attraverso un sito Internet: fa il giro dei governi del globo proponendo di smaltire le scorie a prezzi scontatissimi. Francia e Svizzera rifiutano. Ma le commesse, soprattutto quelle in nero, cominciano a fioccare.

La mappa degli affondamenti è quella studiata, nel Mediterraneo e negli oceani, dal gruppo di scienziati di Ispra. Ormai il progetto è fuori controllo. Nelle mani di Comerio cambia natura. Nell'audizione di fronte alla Commissione che indaga sulla morte di Ilaria Alpi, il pm Pace riferisce un particolare incredibile. La storia di "una intesa con una giunta militare africana, che si impegnava a cedere a Comerio tre isole, di cui una sarebbe stata affidata a lui, per installarvi un centro di smaltimento di rifiuti radioattivi in mare, un'altra sarebbe stata ceduta a Salvatore Ligresti, in cui avrebbe costruito villaggi turistici, la terza infine sarebbe stata data al professor Carlo Rubbia, affinché potesse installarvi un reattore di potenza abbastanza piccolo, per fornire energia sia all'impianto di smaltimento sia ai villaggi". Rubbia e Ligresti, naturalmente, rifiutano il progetto.

Il meccanismo è inarrestabile. Comerio contatta i governi della Sierra Leone, del Sudafrica, dell'Austria. Propone affari anche al governo somalo: 5 milioni di dollari per poter inabissare rifiuti radioattivi di fronte alla costa e 10 mila euro di tangente al capo della fazione vincente dell'epoca, Ali Mahdi, per ogni missile inabissato. Pagamento estero su estero, s'intende. A provarlo ci sono i fax spediti da Comerio nell'autunno

del 1994 al plenipotenziario di Mahdi, Abdullahi Ahmed Afrah, e acquisiti dalla commissione di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi. La giornalista della Rai aveva scoperto il traffico e, cosa più pericolosa,

la tangente?

Qualcosa di simile aveva scoperto De Grazia. Su ordine del pm di Reggio, Francesco Neri, aveva perquisito a Garlasco l'abitazione di Giorgio Comerio: era il settembre 1995, un anno dopo la morte dei giornalisti in Somalia. Il capitano italiano seguiva le rotte delle navi dei veleni. Indagava sulla Riegel, affondata nel 1987 nello Ionio e sulla Rosso, spiaggiata davanti ad Amantea il 14 dicembre 1990.

Navi cariche di veleni, "almeno trenta", secondo diversi pentiti. Nella cabina di comando della Rosso si scopre una mappa di siti per l'affondamento, la stessa che sarebbe stata trovata, cinque anni dopo, nell'abitazione di Comerio. De Grazia indaga sugli affondamenti ma anche sulle rotte. E scopre che se il cimitero dei veleni è nei mari del Sud Italia, i porti di partenza sono nel Nord, in quell'angolo misterioso tra Toscana e Liguria dove si incontrano due condizioni favorevoli: l'area militare di La Spezia e le cave di marmo delle Alpi Apuane. Perché l'area militare garantisce la riservatezza e il granulato di marmo copre le emissioni delle scorie radioattive: "Stavamo andando a La Spezia - riferisce oggi uno di coloro che si trovavano sull'auto di De Grazia nel suo ultimo viaggio, il 12 dicembre - per verificare al registro navale i nomi di circa 180 navi affondate in modo sospetto negli ultimi anni e partite da quell'area". Il capitano non sarebbe mai arrivato a La Spezia. Ma aveva già scoperto molte cose.

Sapeva, ad esempio, che nella casa di Comerio c'era una cartellina: "una carpetta - riferisce Neri - con la scritta Somalia e il numero 1831. Nella cartella c'era il certificato di morte di Ilaria Alpi". Oggi, naturalmente, scomparso dagli atti.

(1. continua)

(25 settembre 2009)

 

 

 

 

 

Un'interrogazione a Strasburgo sul caso dei fusti sospetti nel mare di Cetraro

"I cittadini devono sapere e servono aiuti anche per la procura che deve indagare"

Nave dei veleni, l'allarme all'Ue

"Il pericolo va oltre la Calabria"

di ANNA MARIA DE LUCA

Nave dei veleni, l'allarme all'Ue "Il pericolo va oltre la Calabria"

Un'immagine del relitto

CETRARO (Cosenza) - La nave dei veleni entra questa mattina tra i banchi della Commissione europea con un'interrogazione dell'eurodeputato calabrese Mario Pirillo (Pd), membro della Commissione per l'ambiente e la sanità pubblica. L'iniziativa di Pirillo punta a coinvolgere Strasburgo per cercare di trovare aiuti per la Calabria.

"Quel che è successo a Cetraro - dice l'europarlamentare da Strasburgo - è un fatto gravissimo che preoccupa l'intera Calabria e soprattutto il litorale tirrenico. Oggi chiederemo al commissario per l'ambiente, Stavros Dimas, di prendere a cuore la situazione e verificheremo cosa la Commissione europea può fare, nell'ambito delle sue competenze. Di navi come questa potrebbero essercene tante nei fondali europei".

L'interrogazione è stato accolta molto positivamente dall'amministrazione comunale di Cetraro: "Cetraro vive un giustificato allarme sociale - commenta il sindaco, Giuseppe Aieta - ed attende con ansia i risultati delle indagini sui sedimenti recuperati dai tecnici dell'Arpacal vicino alla nave. I cittadini hanno il diritto di sapere". Aieta e la sua giunta si sono messi al lavoro per monitorare passo passo quel che succede: "Ho già costituito una commissione di medici, biologi e tecnici - dice il sindaco - per dare risposta immediata ai cittadini, per seguire costantemente ogni operazione e per capire quali sostanze giacciono in quei fondali. Questa è un'emergenza nazionale e quindi chiedo al governo di assumerla come tale intervenendo subito per accelerare gli esami su quei materiali e per bonificare il nostro mare".

Le questioni attorno alla nave dei veleni sono tante. Intanto, la Procura di Paola per lavorare ha bisogno di uomini e mezzi. Dei sei magistrati in organico, attualmente solo due sono a disposizione, mentre uno dei pm di punta, Eugenio Facciola, sarà trasferito a giorni alla Procura generale di Catanzaro. Il primo vicepresidente della Commissione Giustizia al Parlamento europeo, Luigi Berlinguer, ex membro del Csm e primo firmatario dell'interrogazione Pirillo, chiede oggi al governo di "assicurare mezzi e uomini per mettere la Procura nelle condizioni di lavorare". "Sono convinto - dice da Strasburgo l'europarlamentare - che si tratti di un dramma profondo, di una tragedia. La riposta è anche affidata alla forza del nostro apparato di giustizia. Le difficoltà della Procura di Paola sono degne di massima considerazione: indagini di questa natura richiedono una forte organizzazione e mezzi sofisticati capaci di lavorare sott'acqua a grandi profondità. E' necessario che il Governo assicuri questi mezzi perché qui, se le previsioni saranno confermate, è in ballo la vita degli uomini, come dimostra il picco di malattie tumorali dal quale è partita l'indagine".

Un appello al governo viene lanciato anche dal sindaco: "Abbiamo bisogno di risposte - dice Giuseppe Aieta - . Il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano, e l'assessore regionale all'ambiente hanno riportato alla luce una terribile verità inabissata. Ora bisogna reagire. Non è un problema solo di Cetraro, è un problema nazionale e internazionale. Per questo ho chiesto all'onorevole Pirillo di interessare la Commissione europea".

(15 settembre 2009) Tutti gli articoli di cronaca

 

 

 

 

 

 

Dopo il relitto in Calabria, inchiesta di Legambiente sulle ecomafie

Sarebbero da 40 a oltre 100 i cargo affondati nel Mediterraneo

Dal plutonio alle polveri di marmo

il "cimitero" delle navi radioattive

di ANTONIO CIANCIULLO

Dal plutonio alle polveri di marmo il "cimitero" delle navi radioattive

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Multimedia

* LA MAPPA

"Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?". "E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l'ammorbiamo?". "Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un'altra parte...". Questo dialogo tra due boss della 'ndrangheta, agli atti delle indagini coordinate da Alberto Cisterna, magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, basta per comprendere quale logica abbia mosso le navi dei veleni.

Navi che dagli anni Ottanta hanno seminato lungo le coste del Mediterraneo e dell'Africa i loro carichi di rifiuti tossici e radioattivi Meno facile è capire perché si sia dovuto aspettare vent'anni per seguire una pista che era stata indicata con chiarezza da tante inchieste e tanti pentiti. Nel 2000 l'indagine iniziata dalla magistratura di Reggio Calabria nel 1994, dopo una denuncia della Legambiente sulla Rigel, un'altra nave a perdere affondata per disfarsi di un carico radioattivo che non riusciva a trovare destinazioni lecite, fu archiviata, nonostante la gran mole di indizi, perché "mancava il corpo del reato". Difficile del resto che le prove potessero emergere da sole visto che erano state seppellite con cura in una fossa del Mediterraneo.

Ora però, grazie all'ostinazione della procura di Paola e dell'assessorato all'Ambiente della Regione, la "pistola fumante" è stata trovata: un piccolo robot è riuscito a fotografare il delitto sepolto a 487 metri di profondità, i bidoni della vergogna che spuntano dalla falla nella prua della Cunsky. Il teorema della prova irraggiungibile è crollato.

"Per troppi anni i magistrati sono stati lasciati soli mentre i processi venivano insabbiati: a questo punto tutte le inchieste vanno riaperte", chiedono Enrico Fontana e Nuccio Barillà, i dirigenti della Legambiente che hanno denunciato molte sparizioni sospette di navi. "Devono intervenire la procura nazionale antimafia e il ministero dell'Ambiente, bisogna formare un'unità di crisi per il monitoraggio delle zone in cui all'aumento della radioattività corrisponde un picco di tumori. Vogliamo sapere la verità sui legami tra il traffico di rifiuti e il traffico di armi, le connessioni con il caso Ilaria Alpi e il trafugamento di plutonio e rifiuti radioattivi".

Buona parte del lavoro è già fatto: mettendo assieme le informazioni raccolte pazientemente dai magistrati di mezza Italia è possibile costruire la mappa dei cimiteri radioattivi dei nostri mari. Un elenco di affondamenti volontari, navi che spariscono nel nulla senza lanciare il may day, troppo lungo per essere citato in versione integrale, ma basta ricordare alcuni casi per avere un'idea di quello che è successo in questi anni.

Nel 1985, durante il viaggio da La Spezia a Lomè (Togo), sparisce la motonave Nikos I, probabilmente tra il Libano e Grecia. Sempre nel 1985 s'inabissa a largo di Ustica la nave tedesca Koraline. Nel 1986 è il turno della Mikigan, partita dal porto di Marina di Carrara e affondata nel Tirreno Calabrese con il suo carico sospetto. Nel 1987 a 20 miglia da Capo Spartivento, in Calabria, naufraga la Rigel. Nel 1989 la motonave maltese Anni affonda a largo di Ravenna in acque internazionali. Nel 1990 è il turno della Jolly Rosso a spiaggiarsi lungo la costa tirrenica in provincia di Cosenza. Nel 1993 la Marco Polo sparisce nel Canale di Sicilia.

Del resto fino agli anni Novanta c'era addirittura chi teorizzava pubblicamente la sepoltura in mare dei rifiuti radioattivi. La Odm (Oceanic Disposal Management) di Giorgio Comerio si presentava su Internet offrendo i suoi servigi di affondamento su commissione. Era già in vigore la Convenzione di Londra che vieta espressamente lo scarico in mare di rifiuti radioattivi, ma la Odm, che operava dal 1987, sosteneva che non si trattava di scarico "in" mare ma "sotto" il mare perché la tecnica proposta consisteva nell'uso di una sorta di siluri d'acciaio di profondità che, grazie al loro peso e alla velocità acquisita durante la discesa, s'inabissano all'interno degli strati argillosi del fondo marino penetrando a una profondità di 40-50 metri.

(14 settembre 2009) Tutti gli articoli di cronaca

 

 

 

 

 

Un sondar cerca i resti del mezzo con 120 fusti di scorie affondato dalla n'drangheta

La pista aperta da un pentito, ma anni sono trascorsi prima che iniziassero i sopralluoghi

Caccia al relitto dei rifiuti radioattivi

La verità è sui fondali del Mar Tirreno

di ANNA MARIA DE LUCA

Caccia al relitto dei rifiuti radioattivi La verità è sui fondali del Mar Tirreno

PAOLA (COSENZA) - Sta in "mano" al sondar che da questa mattina sta lavorando nei fondali del Tirreno cosentino la verità sulla nave affondata nelle acque di Cetraro. Una verità avvolta da anni nel mistero, sepolta dalle acque. E' quella la nave a perdere con 120 fusti di scorie radioattive affondata dalla n'drangheta?

La pista è stata aperta dalle dichiarazioni di un pentito, ma anni e anni sono trascorsi prima che si potessero iniziare i sopralluoghi. Il Procuratore Capo della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, non si è arreso. E' una pista difficile, e tanti sono gli interessi politici in gioco che nel corso degli anni hanno cercato di far depistare le attenzioni. E' la pista di Ilaria Alpi.

Come smaltire i rifiuti radioattivi? Una delle soluzioni praticate nel corso degli anni sembra proprio quella di caricarli sulle navi. E farle colare a picco. Una soluzione che evidentemente coinvolge livelli politici e malavitosi. Ma quante navi di questo tipo abbiamo nei nostri mari? Per anni si è tentato persino di negare che quella di Cetraro fosse una nave. Ma la Procura di Paola ora ne è certa, ha tutti i dati dei rilievi che lo confermano: è'una nave, adagiata sul fianco. Il che conferma le rivelazioni del pentito di mafia. Una nave non segnalata. La Marina militare ha inoltre confermato che in quella zona non ci sono mai stati affondamenti, neanche durante la guerra. Ora bisogna stabilire da quanto tempo questa nave si trova sui fondali di Cetraro. E se i materiali che contiene sono, come si sospetta, radioattivi.

E'una tesi che fa quadrato non solo con le dichiarazioni dei pentiti ma anche con altri ritrovamenti nella zona: a pochi chilometri di distanza c'è un'altra nave affondata, la Jolly Rosso, denominata la nave dei veleni. (vedi Espresso). E pochi giorni fa una collina di rifiuti radioattivi è stata scoperta nella vicina Serra d'Aiello. La Procura sta inoltre indagando sull'aumento dei tumori nel Tirreno cosentino e sul possibile collegamento tra le malattie e la radioattività certificata in alcuni punti della zona.

"Sembra un fantasma che prende corpo" ha commentato oggi il Procuratore Capo. Ora non resta che aspettare i dati del sondar. Forse qualcuno ha scambiato la Calabria per una pattumiera di rifiuti radioattivi? La verità potrebbe emergere dalle acque. Oggi.

(11 settembre 2009)

 

 

 

 

 

 

L'UNITA'

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http://www.unita.it

2009-10-25

Nave dei veleni: manifestazione ad Amantea

di Marco Bucciantinitutti gli articoli dell'autore

L'uomo ce l'ha tutta quanta nella memoria, la storia. Luigi Pizzino è il suo stesso paese. Guarda quel pezzo di spiaggia dove una mattina limpida e fredda di dicembre, d'improvviso come in un sogno, i calabresi trovarono una nave lunga 101 metri, rossa e dal nome intonato: Jolly Rosso. Aveva il veleno a bordo, navigava con la morte appresso. Luigi ha quasi ottant'anni e si allaccia le mani ruvide e tozze: spiega in dialetto che quel groviglio di dita sono lo Stato e la 'ndrangheta.

Un pezzo di questa storia è diventata condivisa, ieri, 19 anni dopo, sempre qui, ad Amantea che si arrampica (o scende?) dal monte e dove il mare lo vedi tutto, e lo respiri. Migliaia di persone che nessuno si mette a contare, mica c'è un partito che ti chiede la somma, anche se di politica si tratta. "Diritto alla salute e alla Calabria pulita", "libertà dai veleni, non siamo una pattumiera", dicono loro. Eppoi è bello perché non resta una cosa di questi dannati: sul palco salgono quelli di Chiaiano, che hanno "i camion pieni di Cesio 131 nella discarica". E ci sono i siciliani che non vogliono il Ponte, e i crotonesi con i figli malati di tumore, per la scuola costruita sul suolo radioattivo, inquinato da una vecchia fabbrica e mai bonificato. Ci sono i lavoratori della Marlane di Praia a Mare, quelli sopravvissuti, perché 40 sono già al camposanto. E i pescatori del Tirreno, vittime delle vittime, perché nessuno compra più il pesce e anche la loro domanda è la stessa degli altri: "Diteci cosa c'è in questo mare".

È un Meridione avvelenato ma ancora vivo, una collettività che il governatore Agazio Loiero affresca come "un'insurrezione popolare pacifica". Al centro della manifestazione c'è un'assenza: è un'altra nave che Luigi non ha visto, nessuno ha visto. È il Cunsky ed è sempre lì, dal 1992 nel mare di Cetraro, 11 miglia al largo, 490 metri sotto. È il veleno di tutti loro, noi, e può diventare il siero di questa storia, se qualcuno la va a pescare. Questo chiedono. Poi bisognerà trovare il coraggio di decretare lo stato d'emergenza, spendere molti soldi perché "solo per iniziare i lavori di recupero – spiega Silvio Greco, l'assessore regionale che è anche biologo marino – servono 50 milioni. Ma si deve fare". [TITOLINO]la strada della verità [/TITOLINO]E se si scopriranno i rifiuti tossici, allora si dovrà battere la strada della verità sul loro traffico e smaltimento. Trovare le ragioni di alcuni fatti sanguinosi, come l'assassinio di Ilaria Alpi, e vederne altri in controluce, come la morte del capitano Natale De Grazia, il più vicino di tutti alla verità sulle navi a perdere. A lui viene intitolato il lungomare di Amantea e la giornata inizia così. E va avanti sotto un diluvio che si allenta solo verso mezzogiorno. L'acqua bagna bandiere e gonfaloni dei molti enti locali, le scolaresche, i genitori e i figli, gli ambientalisti di Wwf e Legambiente, che da anni c'erano, inascoltati. E bagna Luigi e Di Pietro e gli altri. Il governo non c'è, non c'è proprio, se il ministro Presitigacomo – che non ha mai nemmeno telefonato a Greco per informarsi di quello che si prospetta come un disastro ambientale – trova parole solo per dire "che è una irresponsabile speculazione". E ha mandato una nave (L'Oceano) da 50 mila euro al giorno a ri-fotografare il relitto, quando il suo robot di bordo potrebbe prelevare i bidoni e chiarire tutto. L'Oceano va a rilento, impedita dal brutto tempo e senza occhi terzi a bordo, ma Greco ha un'idea: "Chiederò l'incidente probatorio in procura. Siamo parte lesa, torneremo sul posto con i nostri tecnici e potremmo giovare delle analisi". Quelle che può fare lui, sono a disposizione di tutte le parti in causa, Stato, procure, enti locali, scienziati: martedì saranno pronti i campioni delle terre del fiume Oliva. Per ora aleggiano solo gli studi dei medici di famiglia di Paola, che mostrano troppi giovani malati di tumore, e gli alti livelli radioattivi nelle zone dove si arenò il Jolly Rosso. E così si torna alla spiaggia di Amantea, a Luigi e il suo sguardo socchiuso dalla vecchiaia e dall'alito salato del mare. È qui, in mezzo ai ragazzi. Non gli pare giusto morire al buio, vuole ancora aprire gli occhi.

25 ottobre 2009

 

 

 

 

2009-10-03

Nave dei rifiuti, è allarme per i tumori in età giovane

di Marco Bucciantinitutti gli articoli dell'autore

Ci sono vite a perdere, e non solo navi. Chissà se sono occhi di marinai quelli che sembrano guardare spaventati dagli oblò del Cunsky. Per qualcuno quel relitto è un cimitero, per altri contiene solo bidoni pieni di scorie radioattive, ma nessun uomo è affondato fino a quattrocentonovanta metri del mare di Cetraro. Ci sono vittime però già sepolte in questa storia.

DESTINO CINICO E BARO

Nomi e cognomi, date di nascita, date di morte. Del capitano di vascello Natale De Grazia abbiamo parlato, e lo faremo ancora. E Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E i passeggeri del Moby Prince, che un giudice volle morti "per il destino cinico e baro". Il destino che ruba i giorni e violenta le vite della popolazione intorno Paola, Cosenza, Calabria. Lì al centro geometrico di due vicende oscure, il Cunsky e prima il Jolly Rosso e dove ancora si discute se i rifiuti della nave apparsa sulla spiaggia come una stella cadente a ridosso del Natale di 19 anni fa siano o meno interrati, e abbiano o meno inquinato il torrente Oliva, le terre di Serra D'Aiello e di Aiello Calabro. Lì dove si sono seppelliti uomini e donne fra i 30 e i 60 anni, e queste sono classificazioni che fanno i dottori, quando devono cercare di mettere in numero una percezione di lavoro: "Muoiono in troppi".

DATI ALLARMANTI

Così otto medici di famiglia della cittadina di mare del cosentino hanno incrociato le cartelle cliniche dei loro pazienti. L'incidenza dei tumori nella popolazione "giovane" è maggiore che nel resto della regione e del Paese. Quasi doppia. Mentre in Italia la maggior parte dei malati di cancro muore fra i 65 e gli 80 anni, a Paola – per dirla come quel giudice – il destino cinico e baro si compie con una ventina di anni di anticipo. E la percentuale di decessi fra i trentenni è del 2,9%, quando in Italia sta decisamente sotto l'1. Altro picco anormale intorno ai quaranta anni (Paola 4,15%, Italia 2,8% circa). Quello che ha allarmato i dottori del Smi (sindacato medici italiani) è stata la comparsa di tumori "classici" (alla prostata per gli uomini e alla mammella per le donne) in età giovane. Questo screening, compiuto su tredicimila assistiti, verrà presentato oggi alla commissione sanità del consiglio comunale di Paola. La relazione preparata da Cosmo De Matteis, uno degli otto medici che ha deciso di vederci più chiaro, comincerà con un macabro aggiornamento: "Da quando abbiamo preparato questi documenti, appena un mese fa. sono deceduti altri quattro pazienti, fra i 50 e i 63 anni". Se c’è stato lassismo e pressappochismo nella ricerca delle navi a perdere escluso i martiri di questa storia la stessa superficialità sembra attanagliare la ricerca dell’eventuale inquinamento ambientale. L’iniziativa dei medici di famiglia prova a squarciare questo velo. Fino adesso si conosce solo un allarme del veterinario di Paola, che negli ultimi cinque anni ha più volte rilevato un tasso di metalli pesanti nel pescato del luogo. Pochi chilometri più a sud c’è la certezza della presenza di diossina e mercurio nel letto del fiume Oliva: lo certificò l’agenzia Arpacal per conto della Procura. Qualcosa di "ufficiale " arriverà a giorni insieme ai risultati delle analisi sul pescato compiute il giorno dopo le foto sul relitto in fondo al mare di Cetraro.

03 ottobre 2009

 

 

 

 

Calabria radioattiva. Il traffico di morte è vecchio di anni

di Enrico Deagliotutti gli articoli dell'autore

Il 17 giugno il settimanale "Cuore " pubblicò un articolo di Andrea Di Stefano che si apriva con una storia su Soverato, una storia che era stata spesso mormorata, ma mai scritta. Si trattava di questo:un cittadino di Soverato, Fausto Squillacioti, sentito informalmente dal procuratore Porcelli, gli aveva raccontato un episodio terribile: insieme a suo cugino Augusto, 5 anni prima, se n’era andato a pesca davanti a Calaluna di Montauro; avevano tirato le reti e si erano trovati davanti una palla di fango. L’avevano ributtata in mare, ma appena l’avevano toccata avevano sentito un forte bruciore alle mani, gli occhi avevano preso a lacrimare e avevano avvertito un forte prurito. Chissà che cos’era quella palla di fango... Poi era successo che Augusto si era ammalato di leucemia mieloide ed era morto. Anche Fausto contrasse la stessa malattia, curata con un trapianto di midollo. Il procuratore Porcelli raccolse poi un’altra testimonianza, quella dell’ingegnere Salvatore Colosimo. Questi, nel 1993, aveva visto sulla spiaggia di Copanello dei fusti gialli buttati a riva del mare. Poi erano arrivati due grandi battelli di cui l’ingegnere aveva visto i nomi - Isola Gialla e Corona - da cui erano scesi alcuni uomini che avevano portato via i fusti spiaggiati: fu un’operazione professionale, condotta da tecnici che indossavano tute bianche. I battelli appartenevano alla "Castalia", una ditta dell’Iri che si occupa dello smaltimento dei rifiuti nucleari.

I fatti - se fatti erano e non il frutto di esagerazione o malignità - portavano a questa conclusione: i fusti finiti sulla spiaggia e quella palla di fango che bruciava appartenevano a un’unica catena di eventi: una nave che li trasportava aveva fatto naufragio, unfusto almeno si era rotto liberando nel mare il suo contenuto, la palla di fango che dava bruciore e prurito; gli altri fusti erano arrivati a riva ed erano stati portati via da tecnici specializzati in rifiuti radioattivi. Einfine, ci doveva essere qualcosa di veramente grave se ben otto procuratori (quelli di Catanzaro, matera, Locri, Palmi, Reggio Calabria, Napoli, Crotone, Vibo Valentia) avevano deciso di coordinare il lavoro sul traffico illegale di rifiuti radioattivi nel Sud Italia e se indagavano sugli strani naufragi di ben ventitré navi nelle acque dello Ionio e del Basso Tirreno. La storia dei rifiuti, per quanto mi è stato possibile ricostruirla, in Calabria si svolge tra terra e mare. In terra la Calabria ospita, a pagamento, tonnellate di rifiuti tossici che il Nordopulento produce. In mare sono state fatte affondare navi che, forse, portavano plutonio e uranio. In terra, governano il trasporto delle schifezze mafiosi locali e affaristi di ogni genere. In mare, invece, è un affare di Stato. O meglio, di Stati. Tra terra e mare sonologge massoniche (deviate; naturalmente) a fare dacerniera ai traffici. Sia in terra che in mare i guadagni sono altissimi, tali da rendere il traffico di droga una quisquilia.

La situazione dei rifiuti in Calabria è abbastanza chiara, perlomeno di quelli che arrivano via terra. Qui si scaricano, quasi sempre al di fuori della legge, i rifiuti che il Nord Italia non sa più dove mettere o che trova imbarazzanti. Normalissimi Tir, scendono lungo l’Autostrada del Sole, versano e risalgono. Legambiente, l’organizzazione ecologista che più si è occupata del problema, ha censito 360 discariche abusive. C’è di tutto: cave di ghiaia riempite, grotte, anfratti nella montagna zeppi di pile, pezzi di eternit, solventi, vernici, medicinali scaduti, lastre radiologiche, scarti di sala operatoria, liquami di fabbrica. A SantaDomenica di Talao, in provincia di Cosenza, per esempio, si è scoperto in una fornace il deposito di tutti i rifiuti delle Usl delle Marche. Poi ci sono i rifiuti radioattivi, sempre trasportati da Tir, che salgono in colonna le strade per l’Aspromonte. Qui la provenienza è più vasta: Nord Europa. Fusti che contengono chissà cosa, abbandonati in montagna, malamente nascosti oppure anche depositati vicino a casolari, in mezzo alle pecore. E infine ci sono i centri gestiti dallo Stato, per esempio quello Enea di Rotondella, provincia di Matera, dove in una piscina all’aperto giacciono barre di plutonio inglesi e americane che fanno di questo luogo la nostra piccola Cernobyl.

03 ottobre 2009

 

 

 

 

2009-09-28

Le verità affondate da Sibari a Mogadiscio

di Marco Bucciantinitutti gli articoli dell'autore

Le storie andrebbero raccontante dall’inizio ma questa bisogna prenderla per la coda, e risalirla con tenacia e per amore del vero. Forse svelerà vent’anni di affari, di omicidi lontani e di stragi vicine, nel mare di casa. Nei bidoni del Cunsky può esserci il veleno e forse si nasconde anche un capitolo del libro di questo Paese. Ci sono vittime da onorare, debiti da saldare con i familiari di innocenti uccisi. Una stella, la più luminosa, in fondo allo Ionio: si può cominciare dal 21 settembre del 1987, quando la Rigel s’inabissò al largo del golfo di Sibari. Rigel è un nome da romantici: è la stella più nitida della costellazione di Orione. Affondò fino ai mille metri di quel tratto di mare, sprofondo perfetto per occultare qualunque cosa. Nessun Sos venne lanciato e non ve n’era bisogno: ad attendere l’equipaggio c’era una nave jugoslava diretta in Tunisia. Fu provato il naufragio doloso e l’armatore fu condannato per truffa all’assicurazione (i Lloyd’s di Londra).

A quella data dunque era già oliato il traffico di rifiuti tossici. Un esposto di Legambiente avviò l’inchiesta che il procuratore reggino Francesco Neri condusse insieme al capitano di vascello Natale De Grazia. L’inchiesta fu archiviata per l’impossibilità di proseguire le indagini in assenza del relitto.Ma i due batterono quella pista, trovando conferme - nel 1995 - in una nota appuntata sull’agenda di Giorgio Comerio, industriale lombardo che si era appropriato di un’idea dell’Ispra (istituto per la ricerca ambientale che lavora per Euratom): smaltire i rifiuti nocivi non più in cavità geologiche ma nel profondo del mare. Fu l’Onu a impedirlo, vietando con una convenzione lo sversamento di materiale pericoloso sui fondali marini. Comerio rivendette il progetto alla mala e agganciò i governi di mezzo mondo. Nell’appunto ritrovato nella sua villa a Garlasco c’era scritto che la Rigel trasportava rifiuti pericolosi e rientrava tra le 50 affondate. Gli spazzini erano le cosche dei luoghi, ricompensate a dovere. La scoperta dette un senso all’arenaggio della Jolly Rosso sulla spiaggia di Amantea (40 km a sud del Cunsky). La nave era partita dalla Spezia con diecimila fusti di sostanze tossiche recuperate in Libano. Barili che non furono rinvenuti e che si teme siano interrati in zona. A distanza di 19 anni parlano i morti: i casi di tumore nei comuni di Serra D’Aiello e Aiello Calabro sono sopra la media. Sulle acque del limitrofo torrente Olivo esistono analisi controverse, alcune proverebbero la presenza di scorie radioattive. I porti diprovenienza- lo sanno i servizi segreti e lo sa anche De Grazia e lo annota - sono quelli del Tirreno Tosco-Ligure. In uno di questi scali si consuma la più grande tragedia nella storia della marina mercantile. È il 10 aprile 1991, alle ore 22.26 il traghetto Moby Prince in servizio di linea tra Livorno e Olbia, lancia il may day. Si è scontrato con la petroliera Agip Abruzzo. Il Moby ha mollato gli ormeggi da poco. S’infiamma, è ancora vicina alla città, il rogo si vede dalla Terrazza Mascagni e nonostante questo i soccorritori la raggiungono alle 23.35, quindi 59 minuti dopo la richiesta d’aiuto. Il ritardo costò la vita ai 140 a bordo del Moby: si salvò solo il mozzo Alessio Berthrand. Cosa accadde non si è mai saputo.

I processi sono finiti additando "il destino cinico e baro", come disse un pm. Quella sera in porto c’era molto traffico: cinque navi affittate dai militari americani che rientravano con le armi inusate nella guerra del Golfo. Per riportarle a Camp Darby o per trasbordarle su altre imbarcazioni? I registri del porto piazzano tra le navi in movimento quella sera il 21 Octobar II, peschereccio che tre anni dopo comparirà in un’inchiesta sul traffico d’armi con la Somalia: lo scovò Ilaria Alpi, che indagava su queste compravendite. Forse Moby e Agip si scontrarono per evitare le navi che stavano mercanteggiando armi. Sicuramente il ritardo dei soccorsi consentì di ripulire la scena dalle presenze proibite. Le armi in Somalia servono sempre. La guerra è perenne. E anche nel Corno d’Africa si producono rifiuti. Lo sa bene Comerio, che si propone ai governanti africani: ai somali offre 5 milioni di dollari per inabissare le ingombranti scorie radioattive. Fax spediti dalla lombardia e destinati ai capi fazione dimostrano tangenti e commesse. Sono documenti acquisiti dalla commissione d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi. Ma prima di lei e dell’operatore Miran Hrovatin - trucidati a Mogadiscio il 20 marzo del 1994 - in Somalia (a Balad) era stato ucciso anche il maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi, già attivo nella struttura paramilitare Gladio. Per gli inquirenti italiani, Li Causi si sarebbe interessato all’operazione Urano (un progetto di smaltimento di rifiuti tossico- nocivi e di scorie nucleari, in Somalia e in altri Paesi africani) e avrebbe manifestato una crescente inquietudine. S’è confidato con Ilaria Alpi? Il maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, che fu in servizio al comando della missione Ibis in Somalia, i due si conoscevano. Che Ilaria avesse contatti con un uomo del Sismi l’hanno affermato anche l’operatore della Rai Alberto Calvi e Giancarlo Marocchino, imprenditore italiano a lungo presente in Africa. La Alpi conosceva una parte di questa storia. Che nelle testa del capitano De Grazia si era ingigantita: il 12 dicembre del 1995 sta raggiungendo La Spezia per cercare nei registri navali i nomi di circa 180 imbarcazioni affondate intorno alle coste meridionali e partite da quell’area. Ci pensa su, mentre un misterioso malore lo stronca sul sedile posteriore dell’auto che lo porta verso la verità.

28 settembre 2009

 

 

 

 

 

 

 

"C’è un solo modo per sapere tutto: recuperare il relitto"

Lo smaltimento illegale dei rifiuti radiattivi è il "filo nero" che unisce inchieste giudiziarie e crimini diversi avvenuti negli ultimi vent’anni. Ma ci fu furono due indagini, condotte parallelamente a Matera e a Reggio Calabria, che arrivarono quasi al cuore del problema. A bloccarle fu una ragione tecnica all’epoca insormontabile: l’enorme costo del recupero del "corpo del reato". Cioè del relitto. Un problema che - come sostiene l’assessore regionale all’Ambiente Silvio Greco, che è anche un biologo marino di fama internazionale - non si pone per la nave di Cetraro. Oggi esistono le tecnologie per realizzare una completa bonifica e accertare qual era il carico. I costi sono alti, ma affrontabili per uno dei paesi più industrializzati del mondo. E non sono paragonabili al pericolo per l’ambiente e per la salute degli uomini. È per questo che sorprende il silenzio del governo. Chetratta il caso delle navi dei veleni come un problema locale.

Nicola Pace, oggi procuratore capo a Brescia, all’inizio degli anni Novanta guidava la procura di Matera e - con l’allora procuratore capo di Reggio Calabria Francesco Neri - accertò l’affondamento doloso di 42 navi cariche di rifiuti radiattivi. Una di esse, il cardo "Rigel ", fu individuato a 2000 metri di profondità al largo delle coste calabresi. Il costo dell’operazione, e il sostanziale disimpegno della politica, eliminarono rapidamente la speranza di poter realizzare l’indispensabile recupero. Le indagini, per quella ragione, si arenarono. "Da quanto leggo sul ritrovamento a Cetraro - dice Pace - ho l’impressione che siamo di fronte a una conferma dei risultati raggiunti negli anni Novanta. Credo che sarebbeunerrore perdere questa nuova opportunità. Il recupero del relitto è indispensabile".

28 settembre 2009

 

 

 

 

 

2009-09-24

"Quella nave è una bomba tossica, il governo dorme"

di Giovanni Maria Bellututti gli articoli dell'autore

Quando divenne assessore all'Ambiente della Calabria, il biologo marino Silvio Greco non immaginava che le sue competenze tecniche gli sarebbe tornate tanto utili. Ora è come un cardiochirurgo che, diventato direttore diuna Asl, s’imbatte in uno scandalo connesso ai trapianti di cuore: conosce la sofferenza del paziente e, nel contempo, individua le responsabilità dell' amministrazione. Il cuore sofferente che indigna Silvio Greco è il mare della sua terra. La malattia è una nave carica di fusti velenosi, una bomba di cui non si conosce la composizione, idonea a provocare una catastrofe ambientale di proporzioni spaventose e a colpire gravemente la salute dell'uomo. L’amministrazione sciatta è quella dello Stato: "Il governo ancora non ha fatto niente. Se una cosa del genere fosse stata scoperta a largo di Portofino o di Venezia non credo proprio che le cose sarebbe andate così. Evidentemente non si rendono conto che il mare non conosce i confini amministrativi. Il mare è di tutti. Questa è una catastrofe nazionale".

Cominciamo dall'inizio.

"Era lo scorso 13 maggio. Il procuratore della Repubblica di Paola, Giordano Bruno, mi presentò una relazione che riguardava un eccezionale aumento dei tumori nella zona di Serra D’Aiello e anche uno studio realizzato per verificare le dichiarazioni di unpentito che aveva parlato di navi cariche di veleni affondate davanti alle nostre coste. Dal tracciato di un sonar risultava che in un punto-mare corrispondente a quello indicato dal pentito erano giunti segnali compatibili con la presenza di un relitto. Si trattava di verificare e la procura non aveva i mezzi".

E voi cosa avete fatto?

"Ci siamo mossi istantaneamente. Il 14 maggio, il giorno successivo, ho informato il presidente Agazio Loiero che mi ha dato carta bianca. Il 15 ho scritto una lettera al ministro dell'Ambiente, al capo della Protezione civile e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Quasi un mese dopo, l’11 giugno, la risposta non era ancora arrivata. Ho scritto un’altra lettera. Finalmente il 15 Bertolaso mi ha risposto. Poche righe per dire che aveva rivolto al ministro dell’Ambiente la richiesta di esperire "ogni iniziativa utile per risanare il contesto"".

Ma in concreto?

"Assolutamente niente. E la procura continuava a chiederci aiuto. È stato così che ai primi di settembre ho chiesto all'Arpacal, la nostra agenzia regionale per la protezione ambientale, di mettersi a disposizione. Con i nostri fondi regionali ha noleggiato una nave e un Rov, un robot sottomarino. Le operazioni sono cominciate il 10 settembre. Il 12 il Rov ha filmato il relitto. Le sue caratteristiche fanno pensare, anzi direi che praticamente danno la certezza, che si tratta proprio della nave indicata dal pentito, la Cunsky".

Ma è intervenuto alla fine anche il ministero dell'Ambiente che ha inviato i tecnici dell'Ispra.

"Certo. E spero che ora il passaggio dell’inchiesta dalla procura di Paola alla Direzione distrettuale antimafia non determini una sospensione delle operazioni in attesa della conferma dell’incarico. Sarebbe davvero paradossale. Comunque il lavoro dell'Ispra, che è certamente importante, servirà ad accertare che non ci sia una contaminazione in atto. Ma ci vuole ben altro".

Cosa?

"Un impegno immediato e straordinario del governo. È mai possibile che la presidenza del Consiglio non intervenga in presenza di una nave dal contenuto radioattivo nelle nostre acque? Dico una nave perché è l'unica a essere stata individuata. Ma quel pentito ne ha indicate altre due e, secondo le ipotesi investigative, sarebbero in tutto almeno una trentina".

Cosa chiedete?

"Immediatamente l a "caratterizzazione", cioè che si accerti cosa c’è dentro quei fusti. Poi, individuata la natura del carico, la bonifica. Intendo dire che va rimosso tutto il carico e con esso il relitto. Questa, e il governo deve capirlo al più presto, è un’operazione di interesse nazionali. Non può essere lasciata alla magistratura, nè a una Regione. E bisogna agire subito.

Il relitto è la dal 1992, fino a ora ha retto. Ma cosa accadrebbe se il carico fuoriuscisse? Poi ci sono gli altri relitti.

"Si deve andare avanti nella ricerca. Daquesto punto di vista un grande aiuto può venire dai pescatori. Il filmato del Rov mostra sul relitto una serie di reti da pesca. Questo indica che i pescatori sapevano e, come sempre accade, passavano con lo strascico vicino a quel punto. Infatti dove c'è un relitto si forma un ambiente più pescoso. Ecco, credo che altre situazioni del genere, cioè di relitti "comparsi" tra gli anni Ottanta e Novanta siano note ai pescatori professionisti. Devono aiutarci ".

Cosa succede a chi mangia quel pesce?

"Se non sappiamo cosa c'è dentro i fusti è difficile fare ipotesi. Di certo si tratta di fonti di contaminazione persistenti e biodisponibili: entrano nei vari livelli della rete trofica fino ai predatori di vertice".

Cioè i pesci più grandi, quelli che mangiamo. E l’ambiente?

"La biodiversità è a rischio. Nei fondali si possono creare alterazioni nelle finestre riproduttive con la scomparsa di intere specie viventi".

24 settembre 2009

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